Facciamo a pezzi la guerra: un laboratorio dadaista in classe

Facciamo a pezzi la guerra: un laboratorio dadaista in classe

Il Dadaismo è, senza dubbio, una delle avanguardie più difficili da far comprendere agli studenti, e questo emerge quasi subito quando, davanti alle opere, qualche alunno si chiede se si tratti davvero di arte. È una reazione utile, perché mette in luce il nodo centrale: il Dadaismo nasce per mettere in discussione l’idea tradizionale di arte. Non cerca la bellezza, ma introduce elementi spiazzanti come il caso, il gioco e l’ironia.

In fondo, l’arte è sempre stata il riflesso della società e dei valori che l’hanno generata. Non esiste mai in modo isolato: ogni forma artistica nasce da un contesto storico, culturale e politico preciso e ne restituisce tensioni, contraddizioni e aspirazioni. In alcuni momenti storici questo legame è più evidente, in altri più sottile, ma è sempre presente.

Se la società che la genera è segnata dalla frattura della guerra, dalla perdita di fiducia nella ragione e dal crollo delle certezze, allora anche l’arte rinuncia all’armonia e alla coerenza. L’assurdo, il frammento, il non-senso non sono semplici provocazioni, ma risposte coerenti a un mondo percepito come privo di logica. In questo senso, il Dadaismo non è solo un movimento artistico, ma una forma di pensiero critico che utilizza l’arte per smascherare le contraddizioni della propria epoca.

Il contesto storico

Per spiegare Dada agli alunni, dobbiamo partire dal rumore di fondo: la Prima Guerra Mondiale. È il 1916, nella Svizzera neutrale, il Cabaret Voltaire a Zurigo diventa una sorta di bolla in un’Europa che soffoca. Gli artisti che vi si rifugiano si pongono una domanda radicale: “se la cultura, la logica e la ragione hanno portato al massacro delle trincee, a cosa servono ancora?”

Nasce così l’urgenza di sabotare il linguaggio. Se il mondo è diventato assurdo, anche l’arte deve farsi specchio di questa assurdità. È una vera forma di ribellione pacifica che utilizza l’ironia e lo sberleffo per mettere in crisi la retorica dominante.

Hans Arp, Large Collage, 1955.

La poetica del caso: Arp, Taeuber e Duchamp

Il “caso” per i dadaisti non è disordine, ma una modalità per liberarsi dal controllo assoluto e dai modelli precostituiti.

Hans Arp lavora spesso con la moglie  Sophie Taeuber. Nella loro ricerca il caso non è un errore da correggere, ma una possibilità da accogliere. Lasciare cadere forme, accettare la disposizione dei frammenti, rinunciare a dominare tutto: è un modo per sottrarsi all’illusione del controllo assoluto. 

Marcel Duchamp è forse l’esempio più chiaro di questa mossa. Con i ready-made e con l’opera 3 Rammendi tipo, non cerca una nuova bellezza, ma mette in crisi l’idea stessa di misura, di scelta, di valore artistico. In 3 Rammendi tipo lascia cadere tre fili lunghi un metro da un metro di distanza e accetta la curva casuale che ne deriva; quella deviazione diventa una nuova misura, ironica e arbitraria. È un gesto sottilissimo e insieme potentissimo: perfino ciò che crediamo esatto può essere rimesso in discussione. 

“Facciamo a pezzi la guerra” – il laboratorio

Prototipo realizzato per il laboratorio da svolgere in classe

Oggi, come allora, la guerra non è qualcosa di distante. Entra nelle case, attraversa i media, rischia di diventare abitudine, rumore di fondo. Il laboratorio nasce per interrompere questa passività e riattivare uno sguardo critico.

Fase 1: il taglio

Gli studenti lavorano su quotidiani e scelgono articoli legati ai conflitti attuali. Invece di leggerli per capire la notizia, ritagliano titoli, immagini e parole che li colpiscono. In questo modo smontano il testo e lo trasformano in una serie di elementi separati su cui poter intervenire.

Fase 2: il lancio

I ritagli vengono poi lasciati cadere su un cartoncino, senza decidere prima dove metterli. Gli alunni osservano come si dispongono e accettano la composizione che si crea. Non devono correggere o sistemare: l’obiettivo è lasciare spazio anche all’imprevisto.

Fase 3: il titolo

A partire dalla composizione, gli studenti individuano alcune parole che emergono e le mettono insieme per creare un titolo. Non devono costruire una frase giusta, ma trovare un accostamento che suggerisca un’immagine o una sensazione.

Conclusioni

“Fare a pezzi la guerra” non attualizza il Dadaismo spiegandolo, ma ripetendone il gesto. In un contesto diverso, gli studenti attraversano quella stessa frattura tra ciò che ci si aspetta e ciò che accade, tra ordine e disordine, tra senso e non-senso. Ed è proprio lì, in quello scarto, che qualcosa si attiva.

Forse è da questo punto che si può partire per insegnare il Dadaismo: non come un contenuto da apprendere, ma come un’esperienza che incrina le certezze. Non per arrivare a una risposta, ma per imparare a sostare nella domanda.

Giusy Mellino è una delle docenti che hanno collaborato alla didattica del nuovo corso di arte e immagine Incontro con l’arte e di altri manuali di successo come Giotto.

Guarda la presentazione del corso.

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