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Il fiore di loto

Il fiore di loto

Tra tutte le immagini di fiori tenuti nella mano di una fanciulla, quello che compare nella scultura della bella Phrasikleia, la kore del VI secolo, conservata nel Museo Nazionale di Atene, è la più difficile da interpretare.

Si tratta di un bocciolo di loto, pianta che nasce nella profondità della terra per emergere alla luce dopo aver attraversato la purezza dell’acqua. Un’altra interpretazione possibile è che sia raffigurato il fiore quando esso si chiude alle prime ombre della sera.

In ambedue i casi il particolare si presenta come una metafora del ciclo di vita e di morte della natura e dunque dell’uomo.
La contrapposizione tra la brevità della vita della fanciulla, morta prima dell’ora, e la peculiarità del seme del loto, capace di sopravvivere per molti secoli, è intenzionale. È per questa ragione, assieme al fatto che le sue foglie hanno la peculiarità di mantenersi costantemente pulite, che il fiore è stato considerato sacro e venerato nell’antico Egitto come simbolo di alternanza tra la vita e la morte, nonché di purezza dall’Induismo e, in seguito, dal Budddhismo, sin da epoca arcaica.

Il rapporto tra l’antica Grecia e le culture indiane è evocato da racconti mitici che riguardano Dioniso ed Eracle, i quali avrebbero oltrepassato i confini del mondo fino a penetrare nella lontana e favolosa India. Anche se i rapporti storici tra le due civiltà sono documentati storicamente solo in epoca ellenistica o poco prima, il richiamo a Dioniso pare, in relazione a questo contesto, particolarmente suggestivo.

Aristion, La kore Phrasikleia, 550-540 a.C. circa. Marmo pario, con piedestallo h 237 cm. Museo Archeologico di Atene.

Non possiamo non ricordare, tuttavia, che Dioniso era originariamente il dio della vegetazione, legato alla linfa vitale che permette alle piante di crescere e di riprodursi all’interno di una continua corrente di energia che tutto pervade, facendo nascere la vita sul ricordo di quella scomparsa.

L’immagine del loto è ripetuta anche nella corona che cinge il capo della fanciulla, un intreccio di fiori aperti e semi aperti. Il monumento funebre di Phrasikleia acquista, grazie alla presenza reiterata di questo fiore, un significato da ricondurre al concetto di rinascita dopo la morte, un messaggio che la fanciulla intende trasmettere, affidandosi alla propria immagine, al proprio doppio, per rimanere viva eternamente nella memoria degli uomini.

Ricostruzione della cromia originaria de La kore Phrasikleia.

La ricostruzione dei colori originali permette di cogliere la grande ricchezza cromatica della veste e delle numerose decorazioni, rosette, svastiche, meandri, e dei gioielli, collana, orecchini e braccialetti, ricoperti di foglia d’oro. Rosette dorate, svastiche e meandri hanno un preciso significato simbolico: la primavera, l’infinito, il labirinto della vita. L’intento dello scultore è quello di rendere la figura il più realistica possibile: la bocca è atteggiata ad un controllato sorriso, gli occhi sono attentamente disegnati con evidenza delle pupille e, per quanto riguarda i colori, quello del volto presenta il tono trasparente della pelle, mentre per la veste l’artista giunge ad utilizzare due rossi, leggermente diversi, uno più chiaro e uno più scuro, per la parte esterna e quella interna del chitone, una tunica senza maniche di stile orientale.

Già da sola questa parvenza veristica, con colori di tipo mimetico, avrebbe potuto provocare nel passante una perturbante emozione. Ed è per questa stessa ragione che l’artista dà ulteriore vita alla figura introducendo quel gesto deliziosamente femminile con cui la fanciulla allontana con la mano il bordo della veste e fa apparire, al di sotto, i piedi elegantemente calzati.

È in questo contesto che dobbiamo, dunque, cogliere il rapporto simbolico tra il fiore, delicatamente tenuto fra tre dita  dalla giovane donna, e il significato della iscrizione commemorativa, che ne ricorda la morte precoce. Incisa sul fronte del basamento, mentre su un lato compare l’orgogliosa firma dell’artista Aristion di Paros, ha dato molto filo da torcere ai filologi; la traduzione letterale di questa voce commovente è la seguente: Tomba (Sema) di Phrasikleia. Ragazza (Kore) devo esser chiamata (per) sempre. Invece del matrimonio, dagli dèi questo nome diventò il mio destino.

Come indica la iscrizione, è la stessa Phrasikelia a parlare, imponendoci non solo di leggere ma di “ascoltare”. L’epigrafe si trasforma in un testo di lettura e di lettura ad alta voce, perché solo a queste condizioni noi possiamo compiere un atto sociale condividendo una comune devozione. Infatti la fanciulla dichiara con il suo stesso nome di stare testimoniando il suo kleos, parola che possiamo tradurre con la sua fama, gloria, reputazione.  Il termine greco phrasein, che ritroviamo (phrasi) all’inizio del nome, significa mostrare, indicare, informare. Il nome completo significa dunque: testimonio la fama di essere morta fanciulla. Anelando un matrimonio che non è mai avvenuto. Phrasikleia, che non ha conosciuto uno sposo, vuole essere ricordata come colei che gli dei hanno condannato ad essere “per sempre fanciulla”.

Ma questo nome, kore, si attribuisce con la stessa valenza anche a tutte le statue di fanciulle che, come lei, sono state erette sul luogo della loro sepoltura. Tutte queste sculture, memorie di viventi, fermano il viandante con il loro doloroso richiamo in attesa che il loro nome sia pronunciato nel rito rievocativo. Lo sguardo intenso di queste giovani donne incute riverenza e timore: kore significa anche pupilla, quasi che la statua sia una sorta di occhio vigilante sul rispetto del sacro. Poiché, come dice Platone nel Fedone, “i vivi derivano dai morti, come i morti dai vivi.

Per approfondire

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Il professor Ernesto L. Francalanci è l’autore del corso dell’Arte

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