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Le ali

Le ali

Dedalo e Icaro, opera giovanile di Canova, è una vera e propria dichiarazione di poetica. Contiene tutti gli elementi stilistici, formali e concettuali che saranno alla base della sua arte scultorea: l’articolazione dinamica e spaziale delle figure, la loro interrelazione espressiva, il dialogo tra la luce e l’ombra e l’attenzione a elementi apparentemente minimi che vi sono raffigurati.

Antonio Canova, Dedalo e Icaro, 1777-1779.
Marmo, 182x95x76 cm. Venezia, Museo Correr.

Uno di questi è il punto di contatto tra la mano di Dedalo e l’ala di Icaro. Dedalo sta procedendo al modellamento delle piume e delle corde. La mano si posa carezzevole sulla spalla del figlio. L’unghia dell’indice scalfisce appena la superficie malleabile, premendo la cera sulla trama dei fili che avvolgono il braccio. Le altre dita accompagnano dolcemente la curva del muscolo.

Nel compiere questa operazione Dedalo sta anche attraendo a sé il figlio in un tentativo di abbraccio. La trepidante preoccupazione amorosa è accentuata dall’espressione intensa dello sguardo, rivolto verso la giovanile irrequietezza di Icaro. Questi ha il capo girato dalla parte opposta, in un moto che contrasta dal punto di vista sia psicologico sia spaziale, con quello del padre. Le due flessioni divaricate dei corpi sembrano profetizzare l’accadimento fatale che nell’alto dei cieli li separerà per sempre.

Dedalo è un testimone barocco, l’arte che ha aperto le volte e le cupole al sogno del volo e le figure al teatro di carne. Formalmente il gruppo riprende il motivo barocco tradizionale che unisce la ponderazione, l’avvitamento del busto, la posizione controbilanciata delle braccia e soprattutto la sperimentazione della tridimensionalità dinamica.

Canova ha in mente e nel cuore i versi alati delle Metamorfosi di Ovidio. Gli basta tradurli nella dura materia per dare corpo visivo al fantastico. Dedalo «dispone delle penne in fila, partendo dalle più piccole via via seguite dalle più grandi […]. Poi al centro le fissa con fili di lino, alla base con cera, / e dopo averle saldate insieme, le curva leggermente / per imitare ali vere. […]. Nel frattempo Icaro che gli stava accanto e non sapendo di scherzare col proprio destino […] trastullandosi disturbava il lavoro / prodigioso del padre».

Ciò che colpisce stilisticamente in questo particolare scultoreo è come l’artista sia stato capace di creare un contrasto percettivo tra il braccio ricoperto di cera, di resine, di penne e di fili di lino, con la dematerializzata politezza marmorea dell’intera opera. Questa differenza nell’uso plastico della materia si evidenzia anche nel confronto tra il trattamento del volto di Dedalo e quello di Icaro, il primo di ascendenza ellenistica, il secondo decisamente classica. Questa doppia scultura non è, dunque, solo la rappresentazione di due figure espressive, ma anche una narrazione sulle materie e sulle loro trasmutazioni.

«Gli dava le istruzioni per volare, e intanto gli applicava alle braccia quelle ali mai viste. Mentre lavorava e dava consigli, s’inumidirono le sue guance di vecchio, tremarono le sue mani di padre». Sa, Dedalo, che la tecnica ha confini e limiti che non si possono oltrepassare senza incorrere nell’ira degli dèi, cui soli compete l’ordine e la perfezione. Utilizza Dedalo il massimo della tecnica per involarsi dal labirinto e innalzarsi allo stesso livello etereo degli dèi. Piega la tecnica per uguagliare ciò che permette agli dèi stessi di non essere sottoposti alle leggi della materia. Inventa la leggerezza.

La morte del figlio, che Dedalo paga, non è dunque che il risultato dello scontro tra la tecnica e l’arte. Trasformatosi lui stesso in uomo-uccello, ibrida creazione poetica, artistica e tecnologica, s’innalzerà con Icaro nell’alto del cielo, ma scontando l’azzardo con la morte di ciò che ha di più caro.

Mentre Dedalo seppellisce il figlio, «da un fosso fangoso lo scorse una pernice cinguettante, / che sbattendo le ali manifestò la sua gioia con un trillo. / Mai vista in passato, era ancora un esemplare unico, un uccello / appena creato, ma per te, Dedalo, – racconta Ovidio – un’accusa senza fine».

L’architetto cretese aveva, a suo tempo, insegnato al fratello di Icaro, Talo, la tecnica che gli aveva permesso di costruire la sega e il compasso. «Preso dall’invidia», Dedalo lo aveva gettato giù da una rocca, «inventandosi che era caduto», continua Ovidio in versi immortali. Minerva accorre a salvarlo, mutandolo in uccello, vestendolo di penne ancora a mezz’aria.

Il poema apre a questo punto una questione apparentemente digressiva e che ha invece un’importanza fondamentale per comprendere il vero significato dell’invenzione tecnica di queste ali.

Talo viene trasformato in pernice, che, svolazzando vicino a terra, sarà condannato a compiere, come un compasso, eterni voli circolari. Ad Icaro, invece, il mito prescriverà il volo precipite nell’alto mare.

Nell’abbraccio commovente di Dedalo c’è forse la consapevolezza che la tecnica non può sconfiggere le regole, ovvero la perfezione dell’ordine divino, un regno che solo l’arte può sfidare.

Icaro morirà per eccesso di presunzione artistica, essendo il suo volo, troppo alto nel cielo, una dimostrazione di sregolatezza, metafora dell’ardimento vertiginoso delle avanguardie, mentre Talo sarà ucciso per eccesso di volontà ordinatrice. Nel confronto tra queste due figure vi leggo lo scontro eterno tra l’arte alata della libertà e l’ingegneria costrittiva della perfezione.

Il professor Ernesto L. Francalanci è l’autore del corso dell’Arte

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