Che fare? Artisti contro i fatti e i misfatti della storia

Che fare? Artisti contro i fatti e i misfatti della storia

Banksy, Devolved Parlament, 2009
Courtesy of Pest Control Office

Con questo contributo, si conclude l’approfondimento in tre post dedicati al tema “Arte e Ideologia”, finalizzati ad analizzare icone, simboli e linguaggi del potere attraverso opere pittoriche e scultoree, ma anche complesse installazioni multimediali.

E se proprio il mezzo del social network ci fa riflettere su come sia cambiato il modo in cui, oggi, gli artisti esprimono il loro pensiero e si promuovono, focalizzandoci sulla figura dell’ormai mitico – e milionario – street artist Banksy, diverse sono le tematiche che emergono: innanzitutto, il ruolo di stratega che egli oggi continua a ricoprire, grazie a opere corrosive che fanno deflagrare tutti i sistemi, da quello linguistico e mediatico, a quello di mercato e politico.

Non basta, d’altra parte, fare un’opera forte: bisogna saperla far circolare. E Banksy ne è maestro.

Il Parlamento britannico popolato da scimpanzé: questa immagine irriverente, creata nel 2009 per il Museo d’Arte della città natale di Banksy, Bristol, è stata recentemente ripubblicata dall’artista stesso sul suo account Instagram, per criticare con ironia la lentezza del suo Paese nello scegliere tra Brexit e non Brexit.  

Un altro stratega della comunicazione attraverso il linguaggio artistico è sicuramente Francesco Vezzoli (Brescia, 1971): tutta la sua opera, dalle prime realizzate con la tecnica dell’uncinetto, alla ricca produzione di film e documentari che falsificano la storia e si inventano fatti mai accaduti, si caratterizza per il coinvolgimento di divi dello star system, che Vezzoli riesce a ingaggiare come attori e modelli delle sue opere, che così diventano ancora più mediatiche e attraenti per un vastissimo pubblico che si diverte a “trovare il vip”.

Una sottile linea tra verità e follia, sfarzo e miseria scorre lungo tutta l’opera di Vezzoli che spesso ironizza sulle strategie comunicative della politica internazionale: è il caso di Democrazy, video del 2007, presentato alla 52ª Biennale di Venezia, dove Sharon Stone (la notissima attrice cinematografica) e Bernard Henri Lévy (il famoso filosofo francese), recitando in prima persona nei ruoli di candidato e first lady, partecipano con un video posticcio a una finta campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Vezzoli ci fa così riflettere, attraverso la lente straniante del suo video, sulle strategie registiche e linguistiche della politica reale.

Vent’anni prima di Vezzoli, l’artista catalano Antoni Muntadas (Barcellona, 1942), con The board room, aveva realizzato questa grande installazione che mette in evidenza le contraddizioni e gli accordi spesso mancati tra i leader politici e religiosi internazionali, ciascuno dei quali intento a voler portare avanti il proprio pensiero e a difendere il proprio potere. The board room infatti significa letteralmente “la stanza del controllo” e rappresenta un grande tavolo nero, le cui sedie, nere, sono vuote: gli uomini del potere non si sono fisicamente presentati, e hanno mandato, al loro posto, i loro ritratti celebrativi. Al posto delle loro labbra sono inseriti piccoli schermi che riproducono ciascuno un loro discorso politico. Il risultato è quello di una grande confusione: una babele di messaggi che, tutti insieme, uno sull’altro, non danno nessuna direttiva e non porteranno in nessuna direzione. Tutta la ricerca di Muntadas, infatti, da oltre quarant’anni esplora proprio le relazioni tra arte, scienze sociali e politiche, sistemi di comunicazioni, evidenziandone difetti e conflitti e schierandosi, sempre, dalla parte dei più deboli.

Antoni Muntadas, The Board Room, 1987.
North Hall Gallery, Massachusetts College of Art, Boston.

Anche tutta l’opera dell’artista colombiana Doris Salcedo (Bogotá, 1958) intende riflettere, mettendosi dalla parte dei testimoni mai ascoltati e delle vittime mai rivendicate, sui misfatti politici del suo tempo, con particolare attenzione ai processi mancati o mistificati, ai prigionieri e ai “desaparecidos”, agli sfollati e ai perseguitati in guerra, attraverso installazioni spesso di dimensioni monumentali e di fortissimo impatto visivo e mediatico.

Con l’azione pubblica urbana 6 y 7 Noviembre (visibile a questo link), l’artista rievoca una tragica vicenda avvenuta il 6 e 7 novembre 1985 proprio nel Palazzo di Giustizia di Bogotá, dove è installata l’opera pubblica e temporanea: una rappresaglia violenta, da parte di una organizzazione paramilitare della sinistra rivoluzionaria di nome “M-19”, aveva preso in ostaggio il Palazzo e i suoi giudici, per liberare i prigionieri politici ed impedire i nuovi trattati sull’estradizione tra Colombia e Stati Uniti; la risposta dello stato arrivò la mattina 7 novembre, quando un carro armato sfondò la porta di entrata del Palazzo di Giustizia stesso. Fu il caos e totale e nessuno fu mai in grado di chiarire come andarono gli eventi. I guerriglieri distrussero parte degli archivi dove c’erano molte prove e documentazioni contro di loro, ma l’enorme incendio che scoppiò distrusse anche moltissimi documenti contro il narcotrafficante Pablo Escobar: un incendio che non si è mai potuto accertare da chi fosse stato appiccato. Durante l’assalto morirono oltre 100 persone, tra cui tutti i guerriglieri rimasti, undici giudici della Corte Suprema, oltre a una quarantina di militari. In Colombia questo fatto di sangue è ancora oggi al centro di grandi dibattiti: secondo alcune indagini, i proiettili che uccisero i magistrati provenivano da armi dei militari e non dall’organizzazione di sinistra rivoluzionaria. Diverse accuse vennero mosse anche a Pablo Escobar, dato che la maggior parte delle prove distrutte andarono a suo favore. Infine, diverse fonti dichiarano che molti guerriglieri siano stati giustiziati dopo, senza giusto processo. Di tutte queste domande, rimaste sino ad oggi senza risposta, sono testimoni nel 2002 le sedie vuote che calano, nel corso di due giorni, dall’alto del Palazzo: attendono i giudici e gli imputati. Attendono un giusto processo.

Anche gran parte della ricerca dell’artista Regina Josè Galindo (Guatemala, 1974), considerata una delle più importanti esponenti della Body Art contemporanea, erede spirituale di Marina Abramović, si rivolge a una critica politica e sociale nei confronti della mancata giustizia nel proprio Paese, a scapito delle classi più deboli, con particolare attenzione alla condizione femminile e dei clandestini.

Con la performance nel 2003, dal titolo significativo: Chi può cancellare le tracce?, Regina Josè Galindo immerge i propri piedi in una bacinella di sangue, e cammina anche davanti ai militari della sua città. La sfilata delle sue impronte, che un semplice getto d’acqua può eliminare rapidamente, sta quindi a simboleggiare tutte le violenze passate sotto silenzio, perché scomode, da parte del  potere di ogni tempo.

Osserva nella gallery la performance Chi può cancellare le tracce?

Tutta l’indagine dell’artista afroamericana Kara Walker (Stockton, California, 1969) è rivolta al tema del razzismo e del colonialismo, con particolare attenzione ai fatti e misfatti compiuti in America nei confronti dei neri impiegati nell’Ottocento nelle grandi piantagioni di cotone, nelle fabbriche e come servitù. Per parlare di queste tragiche vicende macchiate di sangue e soprusi, l’artista sceglie una tecnica particolarissima: crea grandi installazioni formate da silhouette nere, spesso ottenute con semplice carta ritagliata e applicata a parete, che rimandano all’iconografia dei racconti popolari e ai romanzi di schiavitù di fine XIX secolo, quando i latifondisti bianchi coprivano con amene narrazioni e false immagini la reale situazione della popolazione nera impiegata nelle loro case, fabbriche e terre. “Spesso mi sento come una schiava ai tempi della Guerra di Secessione. Appena liberata cerco di raccontare con l’arte tutto il dolore e le umiliazioni che ho provato quando ero nelle mani dei sudisti”, ha detto l’artista. Appena ci rendiamo conto di cosa realmente rappresentino gli scenari di Kara Walker subiamo uno choc. Stiamo assistendo a un delitto contro l’umanità, che abbiamo fatto finta di non vedere e non capire, raccontato attraverso le storie di violenza fisica e mentale di cui erano oggetto i neri e che all’epoca venivano purtroppo nascoste, omesse o solamente sussurrate paurosamente tra le persone di colore. Un delitto raccontato dall’artista utilizzando le stesse modalità con le quali la retorica “bianca” ce lo aveva descritto, ma rovesciandone il significato intrinseco ed evocando storie parallele a quella ufficiale.

Kara Walker, Grub for Sharks: A Concession to the Negro Populace, 2004. Tate Gallery, Londra.

Di recentissima apertura al pubblico di Londra è un lavoro monumentale che Kara Walker ha creato all’interno della Tate Modern: si intitola Fons Americanus (visibile a questo link) ed è una fontana funzionante alta 13 metri ispirata al Victoria Memorial di fronte a Buckingham Palace. Ma a ben guardare le statue che la adornano, piuttosto che una celebrazione dell’Impero britannico, la fontana di Walker esplora le storie interconnesse di Africa, America ed Europa, usando l’acqua come tema chiave per riferirsi al commercio di schiavi transatlantici e alle ambizioni, ai destini e alle tragedie delle persone di questi tre continenti.

Quante altre retoriche di quante altre violenze siano ancor oggi da smascherare, ce lo dicono spesso gli artisti. Quelli impegnati. Quelli “contro”.

Ilaria Bignotti è una degli specialisti che hanno collaborato al corso di Storia dell’arte del professor Ernesto L. Francalanci.

Guarda la presentazione del corso.

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