La pittura romana: artificio e meraviglia

La pittura romana: artificio e meraviglia

Il fregio dei misteri dionisiaci di Villa dei Misteri, a Pompei, I secolo a.C.

Artificio, meraviglia e attenzione per il dato naturalistico fanno della pittura di epoca romana un vero e proprio scrigno di tecniche e segreti.

Rispetto all’arte pittorica dell’antica Grecia, della quale solo pochi esempi sono sopravvissuti al corso dei millenni, la pittura romana è giunta fino a noi con limitate ma fondamentali testimonianze. Gran parte di esse provengono dal Fayyum (Egitto), da Ercolano e Pompei, e dalla stessa Roma, con la villa di Livia e la Domus Aurea di Nerone.

I ritratti funerari che caratterizzano le mummie dell’oasi del Fayyum sono circa 600, realizzati per lo più su tavole lignee, e si connotano per la forte adesione al realismo e per la peculiare tecnica pittorica adottata: l’encausto. I pigmenti, perlopiù terre brune ricche di ossidi di ferro e manganese, venivano mescolati alla cera d’api con funzione di legante, mantenuti liquidi dentro un braciere e stesi poi con l’ausilio di pennelli o spatole. Il fissaggio a caldo, avveniva per mezzo di metalli chiamati cauteri o cestri.

Osserva nella galleria alcuni dei “ritratti del Fayyum”…

I sorprendenti ritratti del Fayyum, sottoposti a specifiche indagini diagnostiche, hanno anche rivelato la presenza di pigmenti come il minio (rosso) e lo stannato di piombo (giallo), precedentemente ritenuti comuni solo a partire dal tardo Medioevo.

Informazioni dettagliate sulle tecniche pittoriche in uso nell’antica Roma ci provengono dagli scritti di Vitruvio e di Plinio il Vecchio. Quest’ultimo, in particolare, suddivide i colori in due tipologie principali: i colores floridi (trasparenti) e i colores austeri (a corpo). Nei suoi scritti fornisce inoltre un esaustivo elenco di pigmenti e note sulla loro composizione.

Grazie invece a un passo del De Architectura di Vitruvio è stato possibile individuare i quattro stili in cui oggi viene generalmente suddivisa la pittura parietale romana e pompeiana e di cui possiamo osservare alcuni mirabili esempi grazie alla terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che seppur distruggendo le città di Ercolano, Pompei e Stabia, favorì la cristallizzazione di edifici, oggetti, e pitture preservandoli fino ad oggi.

Parete del tablino, Casa di Marco Lucrezio Frontone, tablinum, II secolo a.C. – 79 d.C. ca., Pompei.

Nelle case di Ercolano e Pompei troviamo almeno tre tipi di rosso: uno è costituito dall’ocra rossa, uno fu ottenuto arrostendo volutamente ocra gialla, in modo da renderla più scura, e uno che, in realtà, originariamente era giallo, e virò in rosso solo a causa delle condizioni fisico-chimiche causate dall’eruzione del Vesuvio. Le parti in blu degli affreschi sono realizzate con blu egizio mentre quelle viola sono ottenute miscelandolo con l’ematite.

Una grande novità degli affreschi di pompeiani consiste nello spiccato uso dei verdi, ottenuti da miscele di pigmenti basati su sali di rame e silicoalluminati di ferro. Il verde, con le sue diverse tonalità, è stato largamente impiegato in molte ville di epoca romana per rappresentare giardini illusionistici. Ne sono un esempio mirabile gli affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia, databili al 40-20 a.C., oggi conservati presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. Accedendovi da una scalinata si aveva l’impressione di essere giunti in un arioso giardino raffigurato fin nei minimi particolari, con varie specie di alberi carichi di gustosi frutti e di fiori. L’illusionismo prospettico è reso attraverso la presenza di finte balaustre e staccionate di legno. Anche il disporsi delle piante suggerisce all’occhio un preciso senso di profondità spaziale.

Affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia, 40-20 a.C, Roma.

L’interesse per la raffigurazione di elementi architettonici che sfondano illusionisticamente le pareti o che ricreano edicole simili a scenografie teatrali ricorre spesso nella pittura romana e a Pompei raggiunge uno degli esiti più alti. Questo tipo di pittura evolve verso una resa delle architetture esili e inconsistenti, realizzate con pennellate fugaci e con l’utilizzo di colori vivaci e suggestivi, come nella Domus Aurea di Nerone (70 d.C.) che, secondo Plinio e come dimostrato anche dalle indagini archeologiche, era una dimora splendida e vastissima, nella quale edifici e spazi aperti si inframezzavano a boschi e prati.

Per approfondire

Link esterni

I ritratti del fayyum presentati da Alessia Fassone, curatrice del Museo Egizio di Torino.

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